Cohousing: le forme sociali dell’abitare

Edilizia convenzionata

Da tempo si parla di cohousing e di case di buon vicinato: cosa c’è di differente fra queste due tipologie di “abitare”? Molto poco in effetti, almeno per quanto riguarda gli effetti sull’ambiente e sull’ecosistema. Ciò che cambia realmente è il modo in cui queste due tipologie di vivere gli spazi vengono affrontati da chi sposa l’uno o l’altro approccio.

Per quanto riguarda il cohousing si tratta di unire le persone che vivono in uno stesso stabile con abitudini collettive, con acquisti solidali, tutto allo scopo di ridurre l’impatto con l’ambiente e vivere in maniera più salubre per l’ecosistema.

Nello specifico il caso del buon vicinato consiste nel creare un ruolo portante all’edificio, il quale deve essere una costruzione con il con il compito di aiutare le persone che la abitano a vivere meglio, grazie soprattutto alla bioarchitettura.

In questa situazione gli abitanti mantengono una certa individualità e indipendenza, continuando a condurre vite più o meno separate. Ciò che di fatto è il buon vicinato è racchiuso nel concetto di “costruire” abitazioni in linea con ciò che l’ambiente può sopportare senza danno.

Rassomigliante alle antiche cascine italiane dove le famiglie, pur dividendo spazi comuni, avevano abitazioni indipendenti e si aiutavano a vicenda anche in assenza di legami parentali. Tutto quanto lo permetteva: la struttura dell’edificio stesso, la vicinanza tra le aree private e pubbliche, la possibilità che si creasse frizione fra le varie generazioni.

Questo è quanto succede con le case di buon vicinato, oggi visibili in maniera copiosa in Italia e nel mondo, un caso ben chiaro e visibile è il Villaggio ViBRE di Castenovo (Lecco). Il principio su cui questo modo di vivere si fonda proviene da tempi antichi: si pensi alle ville romane, ai castelletti sulle cime delle colline, ecosistemi chiusi in cui tutti si conoscevano e dividevano uno spazio comune.

Nelle case di buon vicinato il principio rimane fondamentalmente il medesimo: vivere in pace con l’ambiente e allo stesso tempo condividere una socialità perduta. Ovviamente le forme fisiche e pratiche del luogo abitato divengono un punto saldo attorno al quale questo modo di vivere ruota. Un’area naturale a sé stante facilita di molto il crearsi di una società di questo tipo.

Per il cohousing, sebbene le differenze non siano eccessive, c’è qualche particolare da precisare. Esiste da diversi decenni, facendolo risalire all’architetto danese Gødmand Høyer, nel 1964.
Solitamente un progetto di cohousing comunque comprende un numero variabile fra le 20 e le 40 famiglie: costoro dividono un ambiente di vicinato vivendo però in un’ottica di risparmio energetico, economico beneficiando così dei vantaggi del commercio solidale.

In Europa è un fenomeno piuttosto diffuso, anche in base al paese di riferimento. Si possono contare circa 600 comunità di questo tipo in Danimarca, invece in Svezia solamente 50, mentre invece circa 100 in Olanda.
Per quanto riguarda l’Italia sono presenti solo un paio di casi isolati invece.

Nonostante le differenze, sia nel caso del cohousing che nel buon vicinato lo scopo ultimo è quello di cercare di mantenere uno stile di vita in linea con l’ambiente circostante vivendo in maniera positiva e arricchente anche la socialità di ogni giorno. Forse questo particolare è proprio la grande lacuna che i centri urbani di grossa dimensione a cui si è abituati presentano.

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